Piccola storia di Casa Astra, progetto del Movimento dei Senza Voce

Le prime iniziative del Movimento, nato nel 2002, si sono concentrate nel richiedere al Consiglio di Stato un’accoglienza temporanea per la comunità ecuadoriana, presente in quel momento in Ticino, almeno nel periodo invernale. Per cercare di raggiungere lo scopo sono state raccolte firme e fatte manifestazioni. Abbiamo coinvolto su questo tema volenterose personalità politiche affini al nostro sentire e i media che per nostra fortuna ci hanno aiutato a dar fiato alle trombe. Nei primi anni abbiamo portato a casa un magro bottino: tre settimane nel periodo natalizio, alla Croce Rossa di Cadro, per la comunità ecuadoriana, sotto la nostra supervisione, condicio sine qua non per ospitare le famiglie.

In seguito abbiamo rivolto un appello alla popolazione chiedendo la disponibilità a dare accoglienza al proprio domicilio ai molti ecuadoriani rimasti in Ticino oltre il periodo natalizio. Alcune famiglie hanno aderito alla richiesta, la solidarietà popolare fu veramente grande. Per noi però aumentava in modo consistente il lavoro: accompagnare i collocamenti a visite regolari, mantenere i contatti con le famiglie ospitanti e fare da filtro per eventuali problemi di convivenza. Occuparci inoltre dei problemi sanitari, visite mediche, interventi di pronto soccorso, ospedalizzazioni. Mitigare i conflitti con la polizia legati ai permessi di soggiorno. Tutto questo richiedeva un nostro accompagnamento e aumentava la difficoltà per il dislocamento delle persone nel territorio, che ci costringeva a lunghe trasferte.

Nel frattempo alcune persone del Movimento subivano processi per favoreggiamento del soggiorno illegale, come altre persone in Svizzera tra cui anche delle suore. Clamoroso quello a Karin Witzig al termine del quale il giudice ha dovuto ammettere che c’era stata si una trasgressione della legge ma per lodevoli intenti. Il Movimento in occasione del processo ha avviato una campagna di auto-denunce finite tutte in un non luogo a procedere (avviare oltre cento processi come quello di Karin avrebbe messo in ridicolo le autorità e sarebbe stata una perdita di tempo per le preture alimentando il contenzioso).

Finalmente nel maggio del 2004 riusciamo a trovare a Ligornetto un mitico proprietario di casa che ci affitta un appartamento a noi perfetti sconosciuti, sapendo che avremmo ospitato altri perfetti sconosciuti in stato di necessità in un perenne via vai di persone. Lode a lui precursore dei tempi che ha permesso la realizzazione del primo centro di accoglienza in Ticino. In questo appartamento di 6 locali, sala, cucina e lavanderia, abbiamo accolto subito una trentina di ecuadoriani tra adulti e bambini inseriti nel Progetto Ecuador.  Progetto organizzato tramite un accordo tra polizia cantonale DI e Fosit che ci vedeva necessariamente coinvolti in quanto gli ecuadoriani non si sarebbero mai presentati alle riunioni senza di noi non avendo alcuna fiducia nella polizia e non fidandosi dei promotori.

Il progetto, finanziato dal Dipartimento Federale di Aiuto allo Sviluppo prevedeva un rientro in patria per molte famiglie con un sostegno sia operativo che finanziario per la costruzione di abitazioni familiari, un laboratorio artigianale e un punto vendita in Ecuador che coinvolgesse tutto il gruppo in modo da renderlo autosufficiente. Alla partenza degli Ecuadoriani la polizia voleva imporre la chiusura di Casa Astra ma ovviamente siamo rimasti aperti aspettando che ci chiudessero loro, cosa che non hanno fatto forse memori della magra figura con il Maglio a Lugano-Canobbio.

Casa Astra restava ancora celata ai più per ovvi motivi, visto che da noi spesso trovavano rifugio persone senza permesso di soggiorno e gli accordi con le autorità erano solo ufficiosi. Allora come oggi il Cantone era sprovvisto di posti letto per accogliere le emergenze e malgrado fossimo una spina nel fianco eravamo utili e quindi tollerati. Spesso succedeva che se la polizia trovava donne o giovani ecuadoriani non accompagnati li indirizzavano da noi. Cominciavano anche ad arrivare segnalazioni da associazioni e servizi sul territorio: Soccorso Operaio, May Day,  ospedali EOC e OSC, servizi sociali comunali, privati cittadini, la nostra casistica aumentava diventando sempre più eterogenea.

Ci rendemmo conto che Casa Astra era una realtà troppo piccola e fragile per rispondere alla mole di richieste  e avviammo l’ennesima petizione questa volta per una rete di centri di accoglienza. In risposta il Cantone avvia una ricerca sui senza tetto. Risultato: almeno 800 richieste annue di alloggi di emergenza da parte di persone presenti sul territorio cantonale. Il DSS ci risponde che non è un numero abbastanza elevato da giustificare una struttura di accoglienza. Intaschiamo e continuiamo il nostro lavoro. Un anno dopo siamo veramente alle strette, praticamente sul lastrico, il nostro paziente padrone di casa aspetta l’ affitto da ormai sei mesi. Siamo costretti a saltare il fosso, e rendiamo pubblica Casa Astra chiedendo, sulla presentazione di un progetto, dei sussidi da parte dei Fondi Lotteria. Per accordarceli la nostra domanda deve essere supportata da una serie di lettere di consenso e sostegno di servizi sociali, associazioni, comuni ecc, quindi partiamo porta a porta per cercare consensi.

Finalmente abbiamo un sussidio che copre il 30% del nostro fabbisogno. Questo ci permette di poter retribuire un 60% a una persona che assume la conduzione del centro e di avere tutte le notti un vegliatore, condizioni indispensabili per un discreto funzionamento e per la sicurezza della struttura. Siamo così anche finalmente sicuri di poter presto o tardi pagare gli affitti. Naturalmente essendo “cosa nuova” dobbiamo dimostrare di funzionare e i sussidi sono condizionati ad una convenzione con il Cantone che prevede un gruppo di accompagnamento che dovrà valutare il nostro lavoro. Superiamo la prova e veniamo nuovamente sussidiati l’anno dopo.

Intanto l’esperienza fa crescere le nostre visioni, abbiamo bisogno più spazio e maggiori tempi di lavoro per realizzare qualcosa di degno e significativo che non si limiti tamponare le emergenze. Decidiamo di ritoccare il nostro progetto per una rete di Centri di prima accoglienza e rinnoviamo la nostra richiesta, questa volta anche supportata da alcune mozioni di parlamentari che chiedono un finanziamento, da parte dello Stato, dei centri come il nostro.

Al momento siamo in attesa di poter avviare la ricerca fondi per acquistare uno stabile a Mendrisio che ci permetterebbe di poter raddoppiare l’offerta di posti letto. In quel luogo sarà possibile fare ristorazione creando opportunità di aggregazione sociale e culturale, e magari presto una mensa aperta al pubblico. Avere spazi per fare atelier e poter accogliere persone dall’esterno per attività comuni, oltre a un grande terreno dove poter fare un orto biologico e altre attività all’aperto.

Prevediamo l’apertura di una struttura analoga anche nel Bellinzonese. Naturalmente in questi anni abbiamo sensibilizzato la popolazione sui temi del disagio sociale, della migrazione, dell’esclusione sociale, dell’accoglienza e dei diritti umani. Lo abbiamo fatto tramite giornate di presentazione alle scuole medie, nei licei, scuole superiori, mostre, conferenze, conferenze stampa, comunicati, prese di posizione, manifestazioni, mercatini e giornate di porte aperte a Casa Astra.

Nel campo delle cure oltre ad avere la collaborazione di validi medici e di un infermiere stiamo cercando di orientarci, per quanto possibile verso l’integrazione anche di medicina e cure naturali, con l’aiuto di una dottoressa omeopata e di una terapista complementare.

Naturalmente rimane ancora molto da fare.